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17 dicembre 2016

Adesso


Adesso è il momento di fare ciò che ti piace.
Non aspettare lunedì, non aspettare domani.
Non fare allungare davanti a te la carovana
di sogni calpestati. Non aspettare.
Non frenarti per paura o viltà.
Non posporre la vita con altra morte,
e non aspettare niente dalla sorte
che non sia più della tua tenacia e della tua energia.
Se il tuo sogno è bello, dagli forma
come il torrente scava le sponde;
come il vento che vive e si trasforma.
E perché tutto risulti come tu vuoi,
detta tu stesso le tue regole
e converti il tuo autunno in primavera.



Ivan Malinowski 1926-1989

13 ottobre 2015

CONGEDO DEL VIAGGIATORE CERIMONIOSO




Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l'ora
d'arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m'è giunto all'orecchio
di questi luoghi, ch'io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po' di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi
per l'ottima compagnia.
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.


Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell'inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
(Scusate. E una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch'io mi domando perché
l'ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l'avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l'uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch'essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare.)
Dicevo, ch'era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo - ed è normale
anche questo – odiati
su più d'un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos'importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l'ottima compagnia.
Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m'ha chiesto se io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all'amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento.



(Giorgio Caproni, in Congedo, 1965)


2 settembre 2015

Ricordando Oliver Sacks

Oliver Sacks scriveva a febbraio, rivelando, dalle colonne del New York Times, di trovarsi nelle fasi terminali della malattia:

«Non posso fingere di non avere paura. La mia attuale sensazione predominante, però, è di gratitudine.
Ho amato e sono stato amato. Mi è stato dato tanto e qualcosa ho restituito. Ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Ho avuto una relazione col mondo, quella speciale relazione tra scrittori e lettori. Soprattutto, sono stato un essere senziente, un animale pensante di questo splendido Pianeta, ed è stato un enorme privilegio e un'immensa avventura».



Oliver Sacks, neurologo e scrittore britannico
Londra 9 luglio 1933 - New York 30 agosto 2015.

7 aprile 2015

Il gatto in un appartamento vuoto


Morire - questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?

Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.

E la sera la lampada non brilla più. 
Si sentono passi sulle scale, 
ma non sono quelli.

Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima. 
Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.

Qui c'era qualcuno, c'era,
e poi d'un tratto è scomparso,
e si ostina a non esserci. 
In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani è corso. 
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.

Cos'altro si può fare.
Aspettare e dormire. 
Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.

Imparerà allora
che con un gatto così non si fa.

Gli si andrà incontro
come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all'inizio niente salti né squittii.





Wislawa Szymborska
da “Koniec i poczontek” (Fine e principio), 1993

3 novembre 2014

Sul tempo che scorre (tempus fugit!)

Le candele 




Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese,
dorate, calde e vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.

Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch'io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.



(Konstantinos Kavafis)







12 settembre 2014

Sull'appartenenza


Dicono che la mia
sia una poesia d'inappartenenza.

Ma s'era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.

Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.

Tu sola sapevi che il moto
non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno
è la più diffusa delle nubi.

Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.

Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa.

Eugenio Montale, Xenia (da Satura), 1966.

21 ottobre 2013

La dignità e il coraggio di una sepoltura



I tristissimi e recenti fatti delle morti dei quasi quattrocento migranti, riemersi nelle coste di Lampedusa il 3 ottobre scorso, si sono intrecciati nella mia mente con quelli della morte a Roma del centenario Erich Priebke, ex capitano della Gestapo e delle SS.

Proprio oggi a San Leone (Agrigento), dopo che il governo aveva promesso dei funerali di Stato ai migranti morti, si celebra un rito commemorativo in ricordo degli stessi, che sono stati già sepolti e sparpagliati in numerosi cimiteri siciliani.

E la salma di Priebke vaga per il suolo italiano, dopo le sommosse sedate dalla polizia ad Albano Laziale, tra ex partigiani e gruppi neonazisti, con tanto di svastiche scolpite su teste vuote.

Che spettacolo desolante, che triste umanità senza memoria storica.



La stessa che dovrebbe ricordarci di tempi molto recenti, come quelli in cui i nostri nonni emigravano negli Stati Uniti, in cerca di lavoro e dignità.
E degli ebrei sterminati dai criminali nazisti.

L'avvocato di Priebke intanto ha annunciato che scriverà un libro (ne sentivamo proprio il bisogno) della sua vita col boia.
Non tanto lui, di cui è anche troppo facilmente intuibile la motivazione allo sforzo letterario... ma vorrei conoscere i (spero pochi) lettori che dedicheranno anche un'ora della loro vita all'acquisto e alla lettura di questo libro.

Se perfino i riti di passaggio, come la sepoltura, oggi non hanno più alcun senso, quale senso dare o ridare alla nostra vita, quando purtroppo è anche attraversata dalla malattia e inevitabilmente dalla morte?

7 agosto 2013

Cercavo te nelle stelle



Cercavo te nelle stelle
quando le interrogavo bambino.
Ho chiesto te alle montagne,
ma non mi diedero che poche volte
solitudine e breve pace.
Perché mancavi, nelle lunghe sere
meditai la bestemmia insensata
che il mondo era uno sbaglio di Dio,
io uno sbaglio del mondo.
E quando, davanti alla morte,
ho gridato di no da ogni fibra,
che non avevo ancora finito,
che troppo ancora dovevo fare,
era perché mi stavi davanti,
tu con me accanto, come oggi avviene,
un uomo una donna sotto il sole.
Sono tornato perché c’eri tu.




11 febbraio 1946

Primo Levi

(da Ad ora incerta; la poesia è dedicata a Lucia Morpurgo, compagna di tutta la sua vita, che Primo Levi sposerà l’anno dopo)

6 novembre 2012

Memoria




"Quando moriamo, non possiamo portare niente con noi, né il denaro, né la casa, né l'auto, né la persona amata, né la nostra famiglia. Neanche i vestiti e i gioielli che abbiamo indosso possiamo portare. Quello che possiamo portare, invece, sono i ricordi, tanti da non poterli tenere tutti.

Sicuramente ci saranno anche brutti ricordi. Però forse quando moriamo, anche quelli si trasformano in bei ricordi. E, mi domando, accumulare bei ricordi, non è forse la sola cosa che possiamo fare nella vita?".

(B. Yoshimoto, Un viaggio chiamato vita, 2010).

1 novembre 2012

Assenze

Se muoio sopravvivimi



Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura
che tu risvegli la furia del pallido e del freddo,
da sud a sud alza i tuoi occhi indelebili,
da sole a sole suoni la tua bocca di chitarra.

Non voglio che vacillino il tuo riso né i tuoi passi,
non voglio che muoia la mia eredità di gioia,
non bussare al mio petto, sono assente.
Vivi nella mia assenza come in una casa.

E’ una casa sì grande l’assenza
che entrerai in essa attraverso i muri
e appenderai i quadri nell'aria.

E’ una casa sì trasparente l’assenza
che senza vita io ti vedrò vivere
e se soffri, amor mio, morirò nuovamente.



(P. Neruda, Cento sonetti d'amore. Sonetto 97. Argentina, 1959).