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6 settembre 2014

Crescita e consapevolezza

Il processo di presa di consapevolezza dura tutta la vita.
Il mondo lo creiamo noi in ogni attimo. Vediamo succedere ciò che è organizzato dal nostro pensiero, dalle nostre mappe e credenze, di cui magari non ci rendiamo conto. Siamo noi la causa di quello che ci succede.

(Umberta Telfener)





Condivido appieno la posizione di questo pensiero costruzionista. La responsabilità del nostro percorso di vita dipende interamente da noi e dalle azioni che decidiamo di fare: allo scopo di renderla la più adatta possibile (fittest) al ciclo di vita che stiamo affrontando. Non sempre ci rendiamo conto di quanto questo sia profondamente radicato nel nostro modo di pensare e di agire. E più spesso attribuiamo agli altri la colpa dei nostri insuccessi, fallimenti, défaillances ...

Sicuramente farci carico di noi stessi nell'interezza del nostro passato, delle nostre famiglie, delle nostre piccole o grandi debolezze, non è un compito di lieve entità.
Spostare il punto di vista, relativizzarlo, guardarci da fuori è un allenamento che deve restare costante per integrare anche gli aspetti della nostra personalità che ci appaiono poco chiari e perfino meno graditi.

Così piano piano le zone grige potranno apparire meno buie e quelle rosa meno idealizzate ...
Maturità, crescita e consapevolezza vanno nella stessa direzione: guardano verso le stesse mete.
Accettano il compromesso, l'imperfezione, il dubbio costante: sanno perdonare e perdonarci.

Se barlumi di abbagliante felicità possono colpire il nostro cammino e renderlo più soffice ... anche la più cupa sofferenza può essere un crinale a partire dal quale è possibile gettare lo sguardo oltre l'ostacolo.

Crescere è una sfida e rimane un compito evolutivo dal quale non possiamo esimerci.
Del resto, chi può sapere cosa ci accadrà domani?
Tanto vale provarci... e ogni giorno... :-)



Approfondimenti:

Telfener U., Bianciardi M., Ricorsività in psicoterapia. Riflessioni sulla pratica clinica. Bollati Borighieri. Torino. 2014.


Nella foto: veduta dall'alto (Taormina- Messina, 2014)







22 maggio 2014

MI AMI?







Che le rassicurazioni siano un bisogno di chi ama è cosa nota: tutti ne abbiamo date e richieste.
Forse in alcuni momenti più difficili, perfino pretese.

A seguire riporto un simpatico dialogo di una coppia, scritto dal grande psichiatra e psicoanalista scozzese R. D. Laing, molto noto per le sue posizioni anti-psichiatriche.
Dialogo che nel suo evidente loop ricorsivo, lascia però sempre aperto l'eterno dilemma di chi ama: "Mi ama? Ama solo me? Mi ama davvero?"

Se sia possibile rispondere non so e forse non credo...

Penso e auspico che molti dubbi dobbiamo cercare di fugarli da soli, guardando dentro noi stessi, senza chiedere eccessive (ossessive?) conferme all'altro.

Cercando di capire se è il partner che è sfuggente e perché.
Oppure se siamo noi che stiamo chiedendo troppo e perché...

E se non ci riusciamo da soli?
Se i sospetti e le gelosie diventano solo un tormento che infliggiamo e che ci auto infliggiamo?

Molto meglio chiedere ascolto a uno psicoterapeuta della coppia, cercando così di tutelare il partner e la relazione, prima che sia davvero troppo tardi...

Ed ecco il dialogo della coppia:

"Mi ami?"

LEI mi ami?

LUI sì ti amo

LEI più di tutto?

LUI sì più di tutto

LEI più di tutto al mondo?

LUI sì più di tutto al mondo

LEI ti piaccio?

LUI sì mi piaci

LEI ti piace stare vicino a me?

LUI sì mi piace stare vicino a te

LEI ti piace guardarmi?

LUI sì mi piace guardarti

LEI pensi che io sia stupida?

LUI no non penso che tu sia stupida

LEI pensi che io sia carina?

LUI sì penso che tu sia carina

LEI ti annoio?

LUI no non mi annoi

LEI ti piacciono le mie sopracciglia?

LUI sì mi piacciono le tue sopracciglia

LEI molto?

LUI molto

LEI quale ti piace di più?

LUI se dico quale l'altra sarà gelosa

LEI lo devi dire

LUI sono tutt'e due squisite

LEI davvero?

LUI davvero

LEI ho delle belle ciglia?

LUI sì delle ciglia bellissime

LEI ti piace annusarmi?

LUI sì mi piace annusarti

LEI ti piace il mio profumo?

LUI sì mi piace il tuo profumo

LEI pensi che io abbia buon gusto?

LUI sì penso che tu abbia buon gusto

LEI pensi che abbia del talento?

LUI sì penso che tu abbia del talento

LEI non pensi che io sia pigra?

LUI no non penso che tu sia pigra

LEI ti piace toccarmi?

LUI sì mi piace toccarti

LEI pensi che io sia buffa?

LUI solo in un modo simpatico

LEI stai ridendo di me?

LUI no non sto ridendo di te

LEI mi ami davvero?

LUI sì ti amo davvero

LEI dì "TI AMO"

LUI ti amo

LEI hai voglia di abbracciarmi?

LUI sì ho voglia di abbracciarti, e stringerti, e coccolarti, e amoreggiare con te

LEI va tutto bene?

LUI va tutto bene

LEI giuri che non mi lascerai mai?

LUI giuro che non ti lascerò mai, mi faccio una croce sul cuore e che possa morire se non dico la verità

(pausa)

LEI mi ami davvero?

(Ronald D. Laing, Mi ami? Einaudi. Milano. 1978)







11 aprile 2014

Amore, tradimento e durata delle relazioni






"L'amore è un castigo. Ci punisce per non aver saputo stare soli".
   M. YOURCENAR.

"Finché dura, l'amore è in bilico sull'orlo della sconfitta".
   Z. BAUMAN.

Penso sia lecito chiedersi se, come tutte le cose umane, l'amore ha un suo inizio e un suo termine.
Nel bel mezzo - speriamo che accada (se accade) qualcosa di molto interessante...

So che per molti, me per prima, questa non è una cosa facile da accettare e condividere.
Chiunque di noi abbia detto "consapevolmente" ti amo, ha sperato almeno un attimo che fosse per sempre. Come negarlo?
Ma se non è andata (per molti o per tutti) così?!

Basterebbe guardare il mondo di oggi, che lo rispecchia (a volte irrispettosamente) come cartina al tornasole.
Vorrei qui rimandarci all'eterna sfida: può l'amore romantico durare?
A che costo? Fino a che punto?
E' possibile guardare nella stessa direzione? Giocare lo stesso gioco?
E non restare massacrati (vittime o carnefici è 'quasi' la stessa cosa) dall'incastro della trama relazionale?
Sconfinata è la letteratura, le poesie, i romanzi, i racconti, i film, le canzoni e via andare.
Tutti abbiamo i nostri precisi riferimenti amorologhi... perfino cari amici che hanno ascoltato i nostri "drammatici" e minuziosi (ossessivi, ammettiamolo) racconti.
Ma che a nulla sono serviti quando l'amore ci si è spento miseramente sotto gli occhi.

Superati lutti, affanni, patimenti, rimorsi, rancori, rimpianti e i raffinati quanto vani forse resta ancora qualcosa da fare-da dire-da rifare... si ricomincia, come è normale e auspicabile che sia.

Nuovi vie, nuovi amori, nuove possibilità e il sacrosanto diritto di essere felici possono ancora esistere.
Talvolta troppo presi dal narcisismo estetico di Selfie, WhatsApp o pollicini su Fb, deleghiamo al caso l'impegno sulla relazione. Relazione che non può rimanere confinata nel pur auspicabile romanticismo a modalità casual-spontanea. Una cosa è l'innamoramento, altra cosa è l'amore.
Non possiamo vivere sempre sull'otto-volante dei primi (meravigliosi quanto si vuole) mesi degli inizi.
E a un certo punto si rende necessario atterrare (si spera senza schiantarsi) nella routine degli affanni quotidiani.

Saper dire basta, chiudere, uscire da relazioni mortificanti e mortifere è una necessità, talvolta (in casi purtroppo estremi) anche un modo di salvarsi la pelle e la vita.

Restare insieme, non tradirsi, non trovare comode e plateali vie di fuga è un valore aggiunto della persona, della coppia e direi anche della personalità. Difficile. Difficile, ma possibile.
Ogni partner ha una parte di responsabilità di quello che avviene in un rapporto. SEMPRE.
Impegno, partecipazione, rispetto dell'Altro per quello che è e non per quello che il nostro immaginario (infantile, egoistico, narciso) si attende di trovare a disposizione.

Chiarezza, responsabilità. Sì. Curiosi e attenti, concentrati, disponibili a veder cambiare la relazione insieme a chi con noi ne condivide il senso, le fatiche, le gioie, la progettualità. Possibile se i conti con le famiglie d'origine si sono pareggiati abbastanza: se il nostro senso di autonomia e sopravvivenza non sono rimasti incagliati a vita nelle trappole dei copioni edipici. Chiusi dietro vetusti sipari, mai risolti.

Liberi finalmente di non recitare, liberi di esistere, qui e ora!





Approfondimenti:

BAUMAN Z., (2003), Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, tr. it. Laterza, Bari, 2004.

CLEMENT U., Terapia sessuale sistemica.
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010.

YOURCENAR M., "Romanzi e racconti". In Opere, vol. I, Bompiani, Milano, 2005.

TELFENER U., Gli amori briciola - Quando le relazioni sono asciutte. 
Ed. Ma.Gi., Roma, 2013.




6 agosto 2013

22 giugno 2013

Fare psicoterapia oggi




"Il mio scomodo punto di vista è che siamo confusi consciamente e controllati inconsciamente".

(Incontro con Glen O. Gabbard, "Psicoterapia psicodinamica: dalla teoria alla pratica".
Hotel Nettuno, Catania, 19/06/2013)

Sono molte le riflessioni scaturite dal recente incontro catanese con il famoso e illustre dr. Gabbard.
E' sempre molto strano poter parlare vis-à-vis con i grandi maestri di cui abbiamo studiato i libri: bello ed emozionante. Come tutti i veri grandi che non hanno bisogno di dimostrare un bel nulla, figlio della sua cultura statunitense, il dr. Gabbard ha parlato di cose serie e difficili con spontanea chiarezza e semplicità. Perfino leggerezza. Accorciando così in modo esemplare la distanza tra sé e il pubblico presente.

Non è questo il contesto per ripercorrere gli importanti passi teorici sottolineati da Gabbard (Relazioni Oggettuali-Psicologia dell'Io-Psicologia del Sé) ma vorrei dare rilievo ad alcuni passaggi che trovo molto importanti e condivisibili nella pratica clinica.

Molto risalto è stato dato all'umanizzazione della relazione clinica: "Quando non sai cosa fare, quando non capisci, sii umano". Che è come dire che se i nostri pazienti sono arrivati fino a noi, è soprattutto per incontrare un terapeuta "umano" che li accolga e non un "accademico" che parla a se stesso e al proprio bisogno di conferme.
E proprio in relazione al bisogno di conferme teoriche del terapeuta, è stata data molta importanza al fatto di non sentirsi troppo innamorati delle proprie premesse epistemologiche.
Che vuol dire che se sono uno psicoanalista posso agilmente capire e parlare di cognitivismo; se sono uno psicoterapeuta familiare-sistemico relazionale, posso utilizzare premesse psicoanalitiche con grande giovamento per la mia pratica clinica; oppure se sono un cognitivista, posso trovare utilissime le teorie della cibernetica e della complessità nel mio dialogo col paziente. E così via.

Utilizzare modelli che siano aperti, flessibili e disponibili soprattutto a intercettare il bisogno umano del paziente, senza mai trascurare l'etica e il senso di responsabilità della relazione, alla quale la sofferenza dei pazienti dovrebbe continuamente riportarci come una calamita.

Un ascolto attivo, non medicale, nella piena libertà di essere dentro la relazione con tutta la ricchezza del nostro patrimonio umano e con lo sforzo continuo di abbandonare il bisogno narcisistico di aver confermato (dai nostri pazienti!) che le nostre premesse teoriche sono migliori di quelle del collega...
Ascoltare-ascoltare-ascoltare: perché i pazienti sono i più competenti.
Sono quelli che conoscono la loro propria storia meglio di chiunque altro.

Fare psicoterapia oggi non come esercizio di un mestiere con la puzza sotto il naso, ma per risalire scomodamente (oserei dire follemente) alla radice dell'incontro umano: come diceva già il grandissimo Bion, "fatta di due persone spaventate", paziente e terapeuta, per l'appunto.

Mi dispiace solo di aver dimenticato a casa il mio caro e vecchio manualone verde per l'autografo... ma sarà per la prossima volta!

Approfondimenti:


Bianciardi M., Galvez Sanchez F., Psicoterapia come etica. Condizione post moderna e responsabilità clinica. Antigone Edizioni. Torino. 2012.

Bion W.R. (1974), Seminari brasiliani, in Bion W.R. (1976), Il cambiamento catastrofico, trad. it. Loescher. Torino. 1981.

Gabbard Glenn O., Psichiatria psicodinamica. Raffaello Cortina Editore. Milano. 1995.

12 maggio 2013

Viva la mamma!

Edipo Relitto

W. Allen, New York Stories, USA, 1989.


In omaggio a tutte le mamme, soprattutto a quelle che non pensano di essere così ;-)

18 dicembre 2012

La conversazione terapeutica



I valori e le opinioni del terapeuta interagiscono con i valori e le opinioni dei pazienti, creando soluzioni imprevedibili.

Lo scopo della terapia è di aiutare la gente a rendersi conto dell'effetto del proprio comportamento sugli altri. Attraverso tale consapevolezza, una persona inizia a diventare più autonoma. L'individuo emerge quando diventa consapevole del flusso costante della propria influenza nelle relazioni umane: è il momento in cui si diventa responsabili.

Responsabilità non vuol dire prendersi cura degli altri in senso classico, ma essere in grado di comprendere quanto si partecipa nel creare il sistema di cui si è parte. Possiamo perfino affermare che questo è ciò che consideriamo un comportamento etico. Essere etici significa permettere alle persone di riscoprire la propria individualità assieme alla partecipazione alla vita degli altri.

Durante la conversazione terapeutica, le persone lentamente si rendono conto della loro partecipazione nella creazione della storia.

(G. Cecchin, G. Lane, W. A. Ray, Verità e pregiudizi. Un approccio sistemico alla psicoterapia. Raffaello Cortina Editore. Milano. 1997).

17 dicembre 2012

Rischi terapeutici




Si dice che non si finisce mai d'imparare, e questo, nella terapia, è vero per il paziente come per il terapeuta, purché sia disposto a mettere in gioco se stesso e a dialogare costantemente con i propri pregiudizi.

È arcinoto che in psicoterapia, ad esempio, non ci debbano essere legami di conoscenza tra il sistema d'appartenenza del cliente e il terapeuta.

Le circostanze relazionali però a volte possono spingere il professionista a pensare che una parziale eccezione possa talvolta essere praticabile.

Occorre che il terapeuta si muova in questi casi con una cautela estrema, per evitare di cadere nelle numerose trappole che questo spinoso scenario può creare.

La familiarità del terapeuta nei confronti del paziente, e del suo contesto relazionale rende ancor più necessario che i pre-giudizi (giudizi a priori) siano considerati e, sempre molto faticosamente, tenuti a bada.

Le relazioni in comune tra terapeuta e paziente implicano il rischio di discussioni, commenti e chiacchiere esterne al percorso terapeutico, offerte sotto l'apparenza di innocue, e magari "forse" anche ingenue (?) domande colloquiali (come va? viene? come sta andando? come mai non è guarito magicamente dopo tre colloqui? etc.). Sono queste modalità intrusive e di tipo voyeuristico che implicano l'intorbidamento del legame paziente-terapeuta, il quale invece deve mantenersi quanto più possibile limpido e avulso da questo tipo d'invischiamenti ed evidenti e grossolani tentativi di manipolazione del lavoro terapeutico.

Il rischio è che la terapia funzioni solo fino a quando non si incontrino punti critici, che ad esempio implichino un cambiamento profondo del paziente.
Fino a quando il cambiamento è ritenuto non pericoloso per il sistema d'appartenenza, pronto invece a ostacolarlo laddove non risulti più "compiacente" e aderente alle aspettative proiettate sulla terapia.
Il cambiamento tanto agognato diviene visibile: è desiderato e temutissimo al tempo stesso.

È questo il momento in cui la familiarità tra il sistema d'appartenenza del paziente e il terapeuta risulta essere soltanto un grave ostacolo alla terapia.
Il cambiamento può essere percepito come rischioso non dal solo sistema paziente-cliente, ma da tutto il sistema allargato dei rapporti comuni.

È "normale" che un paziente non ce la faccia, che senta di non desiderare la prosecuzione del cammino percorso, che faccia innumerevoli tentativi per far fallire la terapia.
Sovente ciò può dipendere dal fatto che non sia consapevole di quanto il suo stesso ambiente d'appartenenza, che pure superficialmente vorrebbe un suo cambiamento, possa remare contro il successo e la prosecuzione del lavoro, quando questo sia avvertito come un'alterazione di equilibri preesistenti, di evoluzioni "consentite" ma solo sulla carta.

È "normale" anche che il paziente attacchi la terapia e il legame terapeutico. È una delle tantissime cose che possono accadere a un terapeuta quando fa il suo delicato, bellissimo, ma talvolta ingrato lavoro.
Laddove il paziente decida di "darsi alla fuga", potrebbe anche non trovare migliore strategia che squalificare il terapeuta agli occhi della sua cerchia relazionale inviante.

Questa reazione può generare un cortocircuito stabile che rende impossibile la prosecuzione etica, deontologica e materiale del lavoro.
E anche fino qua, sono conseguenze inevitabili dei rischi del mestiere.

Che i pazienti dicano "bugie" fa parte del loro mestiere di pazienti: certo è un elemento che mostra immaturità evolutiva (se non anche un disturbo della personalità) e che va considerato nell'eventuale prosieguo della terapia. Altrettanto "normale" è che tentino d'interrompere la terapia. Con possibili e anche gravi conseguenze iatrogene per il paziente.
È compito del terapeuta mantenere il timone ben saldo e proseguire nella conduzione, o dove richiesto, sospendere e/o interrompere il percorso terapeutico.

Il problema causato dal contesto "inquinante" la relazione terapeutica è che il sistema relazionale inviante il paziente possa trovare "comodo" assecondare le scuse che il paziente stesso si dà per interrompere il lavoro. Il sistema inviante può ritenere utile (e financo necessario) per la sua stessa stabilità e sopravvivenza fare in modo che l'alleanza terapeutica, tanto faticosamente costruita, naufraghi.

È proprio il grado di confidenza tra gli elementi del sistema relazionale inviante il paziente e il terapeuta che finisce per essere lo scoglio titanico contro cui rischia di affondare il lavoro terapeutico.

Può sembrare paradossale che le relazioni in comune tra terapeuta e paziente, che inizialmente hanno "favorito" (favorito tra ciuffi di virgolette) l'inizio del percorso, siano la causa principale del suo fallimento, ma a un'analisi più appassionante e spassionata, ne risulta evidente il senso.

Lo svincolo del paziente è spesso desiderato dal contesto relazionale solo sulla carta. Non appena comincia a diventare possibile, i componenti il sistema possono rendersi conto di quanto il cambiamento possa essere un pericolo per il sistema stesso. E quindi diventa temutissimo, perché rischia di modificare uno status quo-ante che può essere "aggiustato", ma non più di tanto.

Il messaggio iatrogeno trasmesso dalla famiglia è: "Cambia, ma non cambiare! Diventa indipendente, dipendendo da me!".
Come nelle migliori ingiunzioni paradossali schizofrenogeniche, il destinatario del messaggio non può che sbagliare, qualsiasi cosa faccia.

Questa "posizione insostenibile" lo farà rimanere immobilizzato in una dipendenza falsa, ostile e ambigua; il vero sé sarà sconfitto e intrappolato nell'incastro (scacco matto) del double bind veicolato dalla comunicazione del sistema d'appartenenza.



A sua volta, questo comportamento è figlio anche di una percezione banalizzata e cialtrona della psicoterapia, vista con le lenti di credenze e pensieri magici (grezzi e superficialissimi). Il paziente non "guarisce" dopo qualche colloquio. La durata del percorso non è prevedibile a priori. La terapia non agisce come la bacchetta magica della fata turchina. Non è una "simpatica" lettura di arcani maggiori e minori. Non è un doposcuola, né un dopolavoro. Non è un presidio ortopedico su misura. Non è una ricetta di cucina, in cui il cambiamento (uh, ma che bello, proviamoci, sì, sì) è ambito come la sapidità di una pietanza purché sia q.b., come il sale nelle ricette appunto.



Last, but no least, il rapporto allargato terapeuta-sistema d'appartenenza complica (e di parecchio) la transazione economica relativa alla terapia.
Per quanto la cifra possa essere irrisoria (o perfino una pura formalità) quando è l'ora di pagare, si sa che anche le migliori motivazioni (spesso magiche e del tutto superficiali, come ho già detto) scemano. E anche miseramente ...
La terapia va adeguatamente pagata, e in ogni caso!

Come sosteneva ormai un secolo fa il buon vecchio e caro Freud: "Quanto al tempo io seguo esclusivamente il principio del noleggio di una determinata ora. Ad ogni paziente viene assegnata una certa ora ancora disponibile nella mia giornata lavorativa; quest'ora è sua ed egli deve risponderne anche se non la utilizza".

... ça va sans dire!?!

Gli incidenti di percorso in psicoterapia possono essere molteplici e purtroppo talvolta inevitabili.
Compito del terapeuta è accorgersene, è apprendere dall'esperienza, per cercare di migliorare e aumentare sempre più il grado di libertà, curiosità e neutralità, nel rispetto dei Sistemi con cui lui e i suoi pazienti vengono in contatto.
Vale la pena tenere sempre a mente (e a chiare lettere!) che più i clienti che arrivano in terapia sono distanti dal mondo del terapeuta, di gran lunga maggiori sono le probabilità di successo della terapia.
Per l'interesse e il benessere di tutti i sistemi coinvolti nella Complessità del processo sistemico-relazionale.


Approfondimenti:


Bianciardi M., Galvez Sanchez F., Psicoterapia come etica. Condizione post moderna e responsabilità clinica. Antigone Edizioni. Torino. 2012.


Bion W. R., (1957), Attacchi al legame. In Spillius E. (a cura di) (1988), Melanie Klein e il suo impatto sulla psicoanalisi oggi. Volume Primo: la teoria. Astrolabio. Roma. 1995.


Bion W. R., (1962), Apprendere dall'esperienza. Armando Editore. Roma. 1972.


Bion W. R., (1970), Attenzione e interpretazione. Armando Editore. Roma. 1973.


Cecchin G., Lane G., Ray W.A. Verità e pregiudizi. Un approccio sistemico alla psicoterapia. Raffaello Cortina Editore. Milano. 1997.


Freud S., (1913), Inizio del trattamento. In Opere, vol. 7. Bollati Boringhieri. Torino, 1989.


Hillmann J., (1964), Puer Aeternus. Adelphi. Milano. 1999.


Laing R. D., (1959), L'io diviso. Studio di psichiatria esistenziale. Einaudi. Torino. 2001.


Laing R. D., (1959), L'io e gli altri. Psicopatologia dei processi interattivi. Rizzoli. Milano. 2002.


Laplanche J., B. Pontalis, (1967), Enciclopedia della psicoanalisi. Laterza. Roma-Bari. 1973.


Winnicott D. W., (1974), (Fear of breakdown) La paura del crollo.
In Winicott C., Shepherd R., Davis M. (a cura di) (1989),
Esplorazioni psicoanalitiche. Raffaello Cortina. Milano.1995.


21 ottobre 2012

Traditori e traditi



Tradimento e fiducia sono in relazione doppia: l'uno non può esistere senza l'altro e viceversa.

Il tradimento è la crisi, è la rottura, è la fine dell'infanzia, è l'ingresso nel mondo reale, il mondo della coscienza e delle responsabilità umane.

E' dal segreto, creatore d'intimità e di condivisione, che nascono molti legami, molte appartenenze, amori e affiliazioni.

Allo stesso modo, confidare un segreto genera subito un timore e sottintende un rischio: quello di essere traditi. Ecco che in tal senso il tradimento segnala la doppia natura di consapevolezza e di possibilità; quindi, dal suo stesso etimo, il suo carattere di trasmissibilità.

Traditore e tradito sono dunque necessari l'uno all'altro, specchio deformante di un'unica realtà che li vede al servizio di se stessa e di ciò che intende mantenere.

Il tradimento svela così, già dai suoi presupposti, il suo carattere di reciprocità.

Tutti noi abbiamo fatto esperienza del tradimento.

A quanti tradimenti abbiamo sottoposto noi stessi, compiacendo aspetti legati al potere, al denaro, all'eros, all'immagine?
Quanta autenticità abbiamo sacrificato in nome di una cosiddetta migliore realizzazione? Quanto d'inevitabile era contenuto in ognuno di questi peccati fatti a favore (e contro) la nostra realizzazione?

Traditori e traditi, ingannati e ingannatori, cammineranno così di fianco, e non di spalle, come più facilmente l'idea di tradimento richiamerebbe. Non potendo prescindere gli uni dagli altri, colluderanno al mantenimento di ciò che intendono salvare, di ciò di cui non possono fare a meno e che di conseguenza li terrà (talvolta dolorosamente) in vita.

"E se noi siamo degli ingannati, non siamo perciò stesso degli ingannatori?".

Approfondimenti:

Nietzsche F., (1878-79). Umano troppo umano. Adelphi. Milano.1982.


Carotenuto A., Amare Tradire. Quasi un'apologia del tradimento.
Bompiani. Milano. 1991.

26 settembre 2012

Costruzioni di significato/2




Accade, durante la narrazione terapeutica, che il paziente, nel momento stesso in cui comincia a raccontare una storia (la propria, quella di un familiare, di una persona importante) provi la sensazione di vivere quella stessa storia per la prima volta, come se l'esperienza già vissuta avesse un valore minore o fosse perfino del tutto ininfluente rispetto al carico di emozioni che quella nuova narrazione in quel momento rappresenta.

Dal nuovo racconto possono scaturire associazioni diverse e inattese riformulazioni di significato, tali che sarà possibile vedere la stessa storia da un'angolazione del tutto differente, capace di rivoluzionare l'intero sistema valoriale di riferimento. Fino al punto da mandare in crisi la stessa narrazione, da sentirsi costretti a porsi la domanda: "Ma io che storia ho vissuto? Cosa è accaduto veramente? Sono lo stesso, la stessa, ma quello che racconto è come se appartenesse alla vita di qualcun altro... com'è possibile tutto ciò?".

E naturalmente, tutto questo in piena e assoluta buona fede.

Al di là, e a prescindere, dalle discussioni intellettuali che 'potrebbero' appassionare i clinici (e annoiare molti altri...) tutto questo è documentato dalla letteratura specialistica, che a seconda del vertice teorico di riferimento, offre le varie ipotesi che fanno capo a queste esperienze.

Ciò che invece qui mi preme di focalizzare è l'importanza della storia narrata in quanto tale, e di quanto la differente angolazione e prospettiva storico-temporale, sia di fatto l'elemento cardine e costitutivo.
Il contesto della terapia, il setting, la relazione col clinico, sono le condizioni di necessità perché questo possa avvenire. O anche non avvenire, ovviamente.
Infatti non sempre questo accade o può accadere. Per tanti differenti motivi.

Ma se accade, quando accade, è veramente un'esperienza rivoluzionaria, per il paziente e per il clinico.
Tale da ripermettere una nuova sceneggiatura, e perché no, un nuovo pezzo di esistenza.
Ecco che quella separazione, quel lutto, quel sintomo, quel disturbo nella relazione con l'altro, possono essere veramente la chiave di una nuova e autentica ricostruzione d'identità.
Se nulla accade per caso, forse vale davvero la pena di mettersi in gioco, in un'esperienza nuova e sconosciuta, quale è la psicoterapia, per riscoprire percorsi di vita attuali e sorprendenti.

Per dare nuovo senso e dignità a un vissuto ormai scomodo, che non ci appartiene e non ci serve più. Riconsegnando più al nostro oggi, che al nostro domani, quel meraviglioso senso di curiosità, di crescita consapevole e di ricerca che credevamo di aver perduto.

Approfondimenti:

Boscolo L., Bertrando P. I tempi del tempo. Una nuova prospettiva per la consulenza e la terapia sistemica. Bollati Boringhieri. Torino. 1993.

Cecchin G., Lane G., Ray W.A. Verità e pregiudizi. Un approccio sistemico alla psicoterapia. Raffaello Cortina Editore. Milano. 1997.

11 settembre 2012

C'era una volta la stanza del terapeuta...



In tempi di evoluzione tecnologica così rapida, molte volte mi sono domandata quale fosse il futuro possibile della psicoterapia e delle stanze di terapia.

Sono passati tanti anni dai lettini analitici, romantici (almeno ai miei occhi) e polverosi dei grandi S. Freud e C. G. Jung. E di tutta quella sapiente austerità è rimasto ben poco. Com'era del resto inevitabile.

Se è chiaro che da allora ad ora, tutto è cambiato, meno chiaro è verso cosa va un senso condiviso e condivisibile del lavoro psicoterapico.

A tutta prima sembrerebbe che di psicologia e di aiuto psicologico abbiamo tutti bisogno. E perfino il mio parrucchiere (lo dico con grande simpatia!) sa moltissimo dei tipi psicologici che entrano nel suo negozio. Indubbiamente, una signora di mezz'età che vuole dei riflessi biondo cenere è molto differente da una ventenne che vuole un bel ciuffo blu cobalto proprio sull'orecchio sinistro (!)

Come tutte le professioni, il bisogno di rivedersi, di essere al passo coi tempi, di essere connessi è diventato un imperativo categorico. A rischio di qualunque rischio. Per il terapeuta, ma anche e soprattutto (mi verrebbe da dire) per il paziente, giustamente oggi più adeguatamente definito cliente.

Dunque nell'immenso mare della navigazione web, chiunque può titolarsi come profondo conoscitore della psiche e pontificare di qualsiasi cosa gli passi per la mente, allo scopo di captare personaggi più o meno ignari, cercatori di pepite di felicità a costo zero.
E così diventa quasi comprensibile che un sito qualsiasi, che s'intitoli con 'psico' come suffisso (psicocucina, psicoastri, psicomaghi, psicoparagnosti, psicoveggenti, psicovegani, psicofitness, psicociarlatani... etc.) abbia la meglio su noiosi e titolati professionisti della psiche, laureati, abilitati, masterizzati, specializzati... e pertanto meno attraenti di una notte insonne passata con Gigi Marzullo.

Resta a noi professionisti il compito di rendere ancora credibile una professione seria e faticosa, a discapito di facili chimere svolazzanti e senza credenziali. E ai clienti di porsi l'autentica domanda: cosa cerco da questo professionista? Cosa sono disposto a cambiare, a cedere, a rivedere di me stesso per stare meglio?
Insomma, il cambiamento è certamente possibile, ma non senza un po' di genuina messa in gioco. Diciamolo.

Approfondimenti.

Bianciardi M., Galvez Sanchez F., Psicoterapia come etica. Condizione post moderna e responsabilità clinica. Antigone Edizioni. Torino. 2012.